Dopo tre settimane di sfilate del "partito di Dior" scende in strada a Beirut "il partito di Dio" e mostra l´altro volto del Libano. E quello che non piace all´Occidente: se è femminile è velato, se è maschile urla "Fuori l´America" e "Morte a Israele". Ha addosso il sudore di un viaggio in pullman dal Sud, la fatica di una vita di obbedienza a leggi divine, sceicchi, discipline di partito. Ma è qui, è l´altra faccia della medaglia ed è coniata in un milione di esemplari, duri e puri, perfettamente orchestrati, con una sola bandiera, quella libanese, per dire: questa nazione siamo (anche) noi. E per rinfacciare a chi vuole la fine dell´influenza siriana di aprire le porte a quella americana. Questa piazza è il sogno del presidente siriano Assad, la dimostrazione che il Libano è diviso e divisibile.
Esagera chi porta i numeri a un milione e mezzo, ma minimizza chi dice che la metà erano siriani e malinterpreta chi intende il senso della manifestazione come un onorevole addio a Damasco, un modo per salvarne la faccia sulla soglia dell´uscita. Il "grazie" degli oratori non è un commiato. Le intenzioni della folla sono pacifiche oggi, ma non arrendevoli domani. A differenza dell´opposizione, questo soggetto politico ha una struttura unitaria, una sporta piena di dogmi e un leader designato: lo sceicco Hassan Nasrallah. La diversità rispetto agli altri cortei è, prima ancora che ideologica, antropologica. È da lì che bisogna partire per capire.
Già dal mattino carovane di autobus invadono Beirut, provenienti per la maggior parte dal Sud. Non ci sono posti di blocco, barriere e intralci, come quando sfila l´opposizione. Il presidente Lahoud ha mandato l´esercito ad agevolare i manifestanti, non a bloccarli. A proteggerli pensa il servizio d´ordine di Hezbollah. È innegabile che tra loro ci siano siriani, immigrati in Libano o venuti per l´occasione, ma sono soltanto una componente. I pullman scaricano migliaia di libanesi, ma non quelli che il mondo conosce. Questi non sono il lungomare di Beirut, sono i villaggi dell´interno. Non sono le palme dell´Università americana, sono il sangue dell´ashura a Nabatieh. Hanno obbedito al richiamo, sono fedeli a Dio e alla linea.
Avanzano in gruppi separati: uomini da una parte, donne dall´altra. Hanno portato cartelli in inglese perché siano ripresi dalle televisioni straniere, sbagliata l´ortografia o la grammatica in tutti. Hanno preso dai cortei dei giorni precedenti i simboli: la bandiera nazionale, la mezzaluna insieme con la croce. Ci hanno messo i numeri. Vista dall´alto, questa piazza biancorossa che si riempie oltre ogni previsione potrebbe essere la stessa delle altre volte, con l´unica eccezione di un gruppo di sceicchi rivelati da copricapi e tuniche. A scenderci in mezzo è, invece, un altro mondo.
Hanno portato la bottiglia d´acqua e il panino, conoscono la liturgia e la eseguiranno alla perfezione, inclusi quelli che non la comprendono, ma si adeguano. Lunedì, al corteo dell´opposizione, una signora della borghesia aveva trascinato la sua domestica cingalese, le aveva messo in mano una bandiera col cedro e insegnato gli slogan. Ieri, c´erano famiglie che avevano portato bambini di sei anni, fieri con il loro cartello: "Tutti i nostri guai vengono dall´America". La differenza è che fra qualche tempo la domestica sarà altrove e del Libano le importerà meno che adesso, il ragazzino invece starà ancora lì, a proteggere i confini, la patria, uno sceicco. "Saranno anche un milione oggi - mi chiederà ingenuamente a fine manifestazione uno dei ragazzi di Piazza dei Martiri - ma quanti di loro sarebbero pronti, come noi, a dormire in tenda, lontano da casa, notte dopo notte?". Questa è la gente che ha fatto la guerra contro Israele e che ancora la fa, che si è fatta (e forse ancora si fa) saltare in aria per le cose in cui crede. Oggi è qui, sacrificio minimo, perché l´hanno convinta che esiste l´ennesimo complotto: che Francia, Stati Uniti e Israele si sono messi insieme per liquidare la Siria e vogliono usare il Libano come strumento. "Bush, non saremo il tuo cortile", grida. "Non abbiamo petrolio", avverte.
Questa è, nel dna, una piazza araba: ne ha le cicatrici, l´orgoglio, la dietrologia. Chi la guida ha intelligenza tattica. Fa rispettare un minuto di silenzio per Hariri e chiede la verità sulla sua morte. Evita le bandiere di parte. Fa cantare l´inno che un tempo era solo dei cristiani. Celebra il proprio rito sotto altri paramenti. Dispiega una forza controllata, ma sempre a disposizione.
Quando Nasrallah sale infine sul palco abbraccia il suo popolo con sguardo benevolo, poi si rivolge alle telecamere: "Sono marionette queste? Sono agenti dei servizi segreti?". Ringrazia la Siria, si scusa per l´ingratitudine di alcuni. Ricorda come Assad padre abbia "protetto Beirut, distrutta da Sharon". Avverte Israele: "Quello che non avete ottenuto con la guerra non l´otterrete con la politica". Invoca un "Libano unito", ma gli propne un bivio: "O con la Siria o con il complotto di America e Israele". La folla sceglie con un boato. Nasrallah la benedice e la discioglie. Tornano ai villaggi come una lama nel fodero. Ma ci sono e ne va tenuto conto.
Alla fine, paragonando i due tipi di cortei, cercando similitudini comprensibili, viene da pensare di aver assistito, fin qui, a qualcosa che assomigliava a una reiterata "marcia dei quarantamila", seguita da un tradizionale, rodato, liturgico Primo maggio con un milione di inevitabili partecipanti. E si ha l´impressione che non siano più necessariamente i numeri a fare la storia.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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