Il premier libanese Omar Karame si inchina all´evidenza, e rinuncia a formare il governo di unità nazionale proposto con ostinazione e rifiutato con altrettanta nettezza dall´opposizione. Oggi Karame riconsegnerà al presidente Emile Lahoud il suo incarico: la "mela avvelenata" incautamente raccolta il 10 marzo nel tentativo di traghettare il Libano fuori della crisi reclutando al fianco del governo filosiriano le forze dell´opposizione. "Il signor Karame informerà oggi il presidente Lahoud del suo rifiuto di formare un governo che non sia di unità nazionale", ha annunciato il suo consigliere Khaldoun Charif, spalancando la porta a un governo neutro di "saggi": con il compito di reggere il Paese fino alla scadenza delle elezioni, previste in maggio, e di sedare le fiamme che avvampano in un Libano sempre più polarizzato.
Così, per la seconda volta in un mese, il premier designato recapiterà le proprie dimissioni al palazzo presidenziale di Baabda. La prima volta fu dopo l´assassinio di Rafik Hariri, avvenuto il 14 febbraio: dopo due settimane Karame si era piegato al furore popolare rassegnando le dimissioni. Riassunto l´incarico a sorpresa, nell´assenza di candidati proposti dall´opposizione, il premier si è trovato nei fatti a vigilare su uno stato di paralisi politica minato dagli attentati.
Ad assestare l´ultimo colpo all´ipotesi di un governo di "salvezza nazionale" è intervenuto però il rapporto dell´Onu. Il verdetto dell´ispettore irlandese Peter Fitzgerald, incaricato dell´inchiesta sull´attentato di San Valentino, è piombato con tempismo quaranta giorni dopo la morte di Hariri. Contestato dalle file pro-siriane per il suo contenuto politico, il rapporto ha additato impietoso le inadempienze del governo, teorizzando la responsabilità quanto meno "per omissione" dei servizi segreti siriani e libanesi nell´assassinio dell´ex premier.
È una poderosa spallata alla residua rispettabilità dei governanti. Non a caso, assieme alla rinuncia di Karame è giunta la notizia del "congedo per un periodo di aspettativa d´un mese" del capo dei servizi segreti militari, il generale Raymond Azar, la cui testa è chiesta a gran voce dall´opposizione. Azar verrà sostituito "ad interim" dal generale Georges Khoury: un cristiano, reclutato dall´area del Mont Liban, tradizionale roccaforte dei maroniti.
Salutato l´avvicendamento come "un primo passo", l´opposizione ha imposto le sue condizioni: "La rapida costituzione di un governo accettabile che non provochi nessuno e che sia capace di organizzare libere elezioni entro la fine di maggio e non oltre".
Dal canto suo il rappresentante di Kofi Annan in Libano, Staffan de Mistura, ha invitato le parti ad astenersi da ogni provocazione, l´occhio rivolta ora a Israele: "I cacciabombardieri israeliani domenica hanno violato i cieli del Libano quindici volte sorvolando quasi l´intero territorio", ha protestato de Mistura. Facile interpretare il suo appello alla calma: da un lato a Israele e dall´altro, tacito, a Hezbollah, affinché non risponda con nuovi attacchi contro la Galilea arroventando un clima già potenzialmente esplosivo.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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