Il tormentone di Marc Andreesen, quando si rivolgeva ai ragazzi che aveva importato dall´Illinois alla Silicon Valley, era: ‟Avanti! Facciamo nuovi sbagli”. L´importante era provarci, creare, rivoluzionare. In effetti, fece qualche errore del tutto inedito, poi inventò un browser, guadagnò cinquanta milioni di dollari in un giorno e riuscì, perfino, a rimanere quello di prima, salvo una catasta di cd di musica classica e qualche maglietta Polo Ralph Lauren in più. Una storia americana: grandi pianure e ottimismo, le magnifiche e progressive sorti di Internet, una ragazza, due bulldog e la più grande offerta pubblica d´acquisto che Wall Street ricordi.
Comincia il 9 luglio del 1971 a Cedar Falls, Iowa. Trattasi di una cittadina il cui principale vanto è un serpentone trasparente che collega i principali edifici del centro. Se ci nasci immagini, per forza di cose, un mondo parallelo. Il padre di Marc faceva il venditore di semi, la madre era impiegata in un´azienda che vendeva abbigliamento per catalogo (l´antenato del commercio on line). Si trasferirono, di lì a breve, a New Lisbon, nel Wisconsin. Il piccolo Marc vide molte famiglie sul lastrico per la crisi dell´agricoltura. Gli restò una fissazione per la creazione di nuovi posti di lavoro. Crebbe robusto, ma non atletico; alto, ma non agile. Nelle ore del doposcuola evitava lo sport e andava in biblioteca. Seguendo un´ispirazione borgesiana trascurò una realtà che poteva toccare e preferì entrarvi dalla porta dell´immaginazione: imparò il sistema Basic sui libri, senza aver mai avvicinato un computer. Inventò un programma di calcolo che andava applicato a una macchina per lui sconosciuta. Cercò poi di sperimentarlo e pare funzionasse ma, prima che l´avesse installato, un bidello tolse la corrente a tutta la scuola, cancellandolo. A quel punto i genitori gli comprarono un rudimentale Commodore 64 e fu come aver dato una matita a Leonardo da Vinci: un ottimo investimento.
Per prima cosa inventò qualche gioco. Il ragazzo aveva il senso dell´umorismo. Come tutti gli intelligenti metteva soggezione. E spiazzava. Aveva le sue idee sulla natura di Dio e sul destino della scienza. Le esponeva con serenità e autoironia. Un altro suo tormentone, riapparso perfino durante una recente, ostile intervista con Lou Dobbs alla Cnn, era: ‟It´s all blue skies”, pressoché intraducibile affermazione di fiducia nell´avvenire.
Per quanto genio del calcolo, come ogni imprevedibile, preferiva quel che non gli riusciva altrettanto bene: inglese e filosofia. Tuttavia fu iscritto a Scienze informatiche in una università dell´Illinois. Per mantenersi agli studi il ragazzo che avrebbe sbancato Wall Street lavorava part time come programmatore a 6 dollari e 85 centesimi l´ora. Il centro ricerche universitario gli mise a disposizione risorse umane ed economiche senza un progetto preciso. Come ricorderà poi: ‟Avevo più budget e più staff che cose da fare”. Anni dopo disse: ‟Mi hanno fatto vicepresidente di una società con la delega a fare cose”. Marc era uno che faceva cose. Se non gliele assegnavano se le inventava. Venne fuori l´idea di una visualizzazione tridimensionale per un supercomputer, qualunque cosa sia. Lui disse: ‟E se provassimo a fare un browser diverso per navigare su Internet?”. Poteva essere un nuovo sbaglio, se non altro. All´epoca sul web si navigava con un pattino, avere una documentazione richiedeva un tempo di poco inferiore a quello reale. Marc e il suo amico Eric Bina si chiusero in una cantina. Nelle storie di rivoluzione informatica c´è sempre un garage o una cantina: i mondi paralleli non nascono mai in uno studio con il bovindo. Ne uscirono sei settimane dopo con un´idea chiamata Mosaic che aveva trasformato il pattino in un motoscafo. L´Università ringraziò e acquistò la proprietà intellettuale dell´invenzione.
Marc si laureò e si trasferì dove andavano tutti quelli come lui: in California. Era il ‘94. Affittò una casa con due camere, noleggiò una Ford Mustang, si fidanzò con un´agente immobiliare di nome Elizabeth Horn e avrebbero potuto continuare a vivere così ragionevolmente felici e contenti. La sera cenavano al ristorante e noleggiavano video di film d´azione con Jackie Chan o altri duri ma con gioia.
Era un´estate di promesse. Governava Bill Clinton e, qualunque sia il giudizio politico, l´America si muoveva a marcia avanti. Il vicepresidente, secondo la sua visione della storia, aveva appena inventato Internet e a Pasadena Roberto Baggio tirava un rigore nel cyberspazio.
La più grande leggenda della Silicon Valley è una e-mail. Mittente: Jim Clark, fondatore della Silicon Graphics. Destinatario: Marc Andreesen, programmatore geniale e annoiato. Subject: Vorresti creare una nuova società per l´alta tecnologia insieme con me? Re: Al volo. Clark pensava a un´idea televisiva. Marc suggerì Internet. All´epoca non c´era esattamente traffico in rete: professori, studenti, qualche maniaco. Clark si fidò. Agli investitori e amministratori disse: ‟Credete anche voi in questo tipo. Questa è la sua società. Lui è la mente creativa. Lui sa che cosa farà la prossima generazione”. Marc fece arrivare cinque suoi compagni di studi dall´Illinois. All´inizio lavorarono anche tre giorni di seguito. Poi si diedero una routine: sveglia alle dieci del mattino, pausa pomeridiana (lui portava a passeggio due bulldog con Elizabeth), avanti fino a cena, da mezzanotte alle tre per rispondere alle e-mail. In un anno Marc prese due giorni di ferie: andò e tornò dalla Nuova Zelanda. Voleva viaggiare su Internet alla velocità della luce, trasferire immagini. Voleva fare nuovi sbagli e poi provare che era possibile. Ci riuscì. Chiamò il nuovo browser Netscape Mosaic, poi solo Netscape dopo aver liquidato l´università dell´Illinois con tre milioni di dollari. Ne avrebbe avuti molti di più. In poche settimane il traffico su Internet crebbe a dismisura e tre quarti degli utenti usavano Netscape. Per festeggiare Marc si comprò casa, una Mercedes e tutti i cd di classica disponibili alla Tower Records.
‟Fu una montagna russa di emozioni - ha ricordato - Un giorno eravamo euforici, il giorno dopo depressi. Avevamo sempre paura che un orso sbucasse dalla foresta a sbranarci”. Un orso chiamato Bill Gates, ma Internet Explorer non aveva ancora affilato i denti. Prepararono il debutto in Borsa per l´estate del ‘95. Era la consacrazione. Marc finì su People come fosse il Brad Pitt del cyberspazio e sulla copertina di Time, icona della stagione di Internet: giovane, venuto dal nulla, geniale e, ora, ricchissimo. ‟Do tante interviste, faccio tante conferenze - si lamentò - che non ho più tempo per lavorare”.
Netscape divenne una delle parole magiche di quella stagione. Poi, come molte, perse il suo potere. Gli utenti si dimezzarono in tre anni. La politica aggressiva e l´evoluzione continua del browser di Microsoft ebbe la meglio. Clark fece un errore non tanto nuovo: cedette all´ingordigia e accettò una commissione di Mci, il gigante della comunicazione. L´assegno era pazzesco. ‟Ma ci vendemmo l´anima - capì troppo tardi Marc - Un solo grosso cliente finisce per possederti”. Era inevitabile che il sole non splendesse per sempre: su Bill Clinton e Al Gore, sulla stagione delle novità, sulla net economy e su Marc Andreesen.
A differenza di molti, non essendosi arrampicato troppo in alto in quei giorni non è caduto rovinosamente. Lo hanno aiutato l´ironia, l´originalità e forse perfino il Wisconsin, terra di realtà. Ha continuato a progettare novità, a creare società. L´ultima si chiama Open Media Network e intende facilitare la condivisione di immagini video. Quando l´ha presentata era, perfino, abbronzato: deve essersi preso una vacanza vera. In una recente intervista televisiva ha ribadito la sua fiducia nel commercio (‟È la sola cosa che ti dà motivazioni”), nei nuovi posti di lavoro (‟Internet ne ha distrutti 325 mila e creati 342 mila, nei prossimi dieci anni il bilancio sarà 400mila contro 450mila”). Ha addirittura fornito una ricetta per la sicurezza nazionale: ‟Se diamo lavoro all´India e alla Cina, se lo diamo al Medio Oriente, creeremo là delle classi medie che saranno la nostra miglior garanzia contro il terrorismo”. È sicuro che il cyberspazio non esploderà mai per una congestione di traffico. Concepisce il mondo come un cerchio concentrico. ‟In mezzo, ricordalo, ci sei tu”. E, intorno: ‟It´s all blue skies”.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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