L’11 settembre del 2001, mentre tutti fuggivano dalla zona sud di Manhattan, un uomo andò controcorrente. Benché avesse una gamba ferita salì a piedi i 29 piani della Liberty Tower in Liberty street, a un solo isolato da Ground Zero. Entrò nel suo attico pieno di polvere e detriti, in cima a un palazzo evacuato perché giudicato pericolante. Si proclamò capitano della nave: ultimo a lasciarla, deciso ad affondare con quella. Aveva in frigo dieci scatolette di tonno, nella dispensa soltanto barattoli di frutta secca. Il telefono era scollegato e nessuno gli avrebbe comunque consegnato a quell’indirizzo il cibo a domicilio. Stracciò le lenzuola per farne maschere da mettere sul viso, che bagnava di continuo. Era divorziato, aveva due figli lontani: il suo mondo era lì, in quella parte di Manhattan che aveva contribuito a inventare. Si chiamava Joseph Pell Lombardi, aveva sessant’anni, otto palazzi e un nonno napoletano. Ristrutturava vecchi edifici e li metteva al centro di mondi che non esistevano prima di essere nominati. Aveva imparato una ricetta che è sempre la stessa, dovunque nel mondo: prendi quattro scrittori, tre sessualmente ambigui, due personaggi del jet set, uno chef, li spalmi su cinque chilometri quadrati, spazzi i resti di quel che c’era prima, spolveri, agiti bene la stampa, alzi la fiamma dei prezzi, battezzi con un riuscito acronimo, et voilà: è nata una stella, una nuova "zona calda" di una qualsiasi metropoli. Quando Joseph Pell Lombardi cominciò a occuparsi di immobili Manhattan finiva a Union Square. Dalla Quattordicesima in giù viveva chi non poteva permettersi altro o era un ratto. Il Greenwich Village cambiò le cose. A downtown fu il primo marchio immobiliare di successo. Improvvisamente le casette basse con la scala antincendio e le pareti interne scrostate divennero ricercate quanto i grattacieli con i commodori al portone e i muri di cristallo. Perché al Greenwich abitavano i poeti, le drag queen, i figli ribelli con papà su Fortune, i cuochi dei nuovi ristoranti di tendenza. Pochi anni e fu tutto esaurito. In molti sensi. Esaurita la vena degli artisti del Village, esaurito il portafoglio per pagare affitti in crescita, esaurito lo spazio. Bisognava farsi più in là e inventare qualcosa di nuovo, proclamare ‟la fine del Village” poi decretare la nascita degli eredi.
Primogenito: SoHo, acronimo di "SOuth of HOuston street", palazzi di ghisa, regolamenti condominiali in cui si esige la certificazione che l’inquilino è "artista" per approvare il contratto d’affitto (esperienza personale: ho dovuto portare due libri e dieci recensioni, ma non hanno preteso che fossero positive). Secondogenito: Nolita (NOrth of Little ITAly). Terzogenito: la creatura di Joe Lombardi, Tribeca. Fino agli anni Settanta era semplicemente ‟dove finisce il Village e comincia il nulla”. Poi s’inventarono TRIangle BElow CAnal, il triangolo sotto Canal street, ristrutturarono vecchi magazzini abbandonati, ci misero ad abitare Harvey Keytel, David Letterman, John John Kennedy e, soprattutto, Robert De Niro. Soprattutto, perché De Niro portò Nobu, il più fantasioso chef giapponese e per mangiare da Nobu a Tribeca tutta New York si mise in fila. L’ultimo marchio fu Wevar, WEst of VARick street. Lì Lombardi avrebbe dovuto restaurare un gigantesco frigorifero che un tempo conteneva prosciutti e formaggi. Poi arrivò l’11 settembre, ma quello del 1999, quando ancora Wall Street creava ogni giorno nuovi ricchi. Già allora, scrisse Tom Wolfe, ‟tutti i quartieri degli artisti di Manhattan - SoHo, WeVar, TriBeCa, il Village, Nolita - erano storia”. O qualcuno aveva il coraggio di proporre Nothing, nulla, il quartiere immaginario North Of anyTHING o bisognava ricominciare da capo, riarrotolare la coperta e rivendersi tutto ripartendo da nord. Siccome spacciare Harlem per nuova "zona calda" richiedeva uno sforzo speciale fecero ricorso a un testimonial eccezionale, mettendoci l’ex presidente Clinton. Ha funzionato, la macchina è ripartita. Ora tramonta downtown e risorge Spanish Harlem, ma il gioco è scoperto e ciclico. Si proclama la «fine del Village» per poterlo, tra qualche anno, riscoprire, mandandoci a vivere qualcuno che ne era scappato vent’anni prima. Dalla cima della Liberty Tower a Joe Lombardi basta adesso girare la testa verso nord per vedere il "nuovo che avanza". E gli basterà aspettare perché ritorni ai suoi piedi, tutto sia riscoperto e rivenduto a prezzo raddoppiato. Non è solo New York a giocare questa partita a "monopoli". Tutte le metropoli d’occidente hanno quartieri che sbocciano, muoiono e risorgono. A Parigi è stato il Marais.
A Londra Notting Hill (consacarato come marchio da un film con Julia Roberts e Hugh Grant che l’aveva per titolo). A Roma, dopo anni di sforzi (perché fuori dal centro storico sunt leones) stanno finalmente riuscendo a vendere il Pigneto, dove, va da sé, stazionano scrittori e trans, oltre alla seconda sede della catena di acconciature "Contesta Rock Hair", che ha un negozio anche a Miami, per dire. E chi pensa che accada soltanto in Occidente, si faccia un giro a Beirut. Per anni la strada dove tutto accadeva era Monot: c’erano i locali di tendenza, la gente giusta, la trasgressione. Le foto scattate a Monot finivano su Wallpaper e dintorni. Poi qualcuno ha dichiarato che Monot era «finita». Cosa era mai accaduto? Come muore un quartiere? Semplicemente avevano dato licenze per aprire qualche decina di locali in un’altra strada: Gemmayze. Mentre Monot entrava nell’ombra, a Gemmayzee si accendevano le luci di caffè, ristoranti, pub e, soprattutto, salivano i valori immobiliari delle vecchie case tradizionali affacciate su una strada fin lì spopolata dopo il tramonto. Ci sono ancora tre o quattro licenze da piazzare, altrettanti negozi di candele e liquirizie da convertire e poi anche Gemmayze comincerà a "finire". L’erede è già stato concepito: è la zona di fronte al porto dove stanno aprendo i locali notturni nei quali le multinazionali tengono, a rotazione, le loro serate promozionali con i migliori dj. Intorno ci sono vecchie case che qualcuno sta già comprando. Manca solo l’acronimo giusto, il logo da stampare sopra al pacchetto immaginario e, lì come altrove, il gioco sarà fatto. Aspettando di riscoprire Monot, il Marais, il Greenwich Village, perché tutto quel che sarà è già stato, quel che cambia è soltanto la generazione che se lo compra.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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