Domenech, l’uomo che ha riportato in auge l’Ancien Regime, è stato un giocatore, un allenatore e un attore. Ora è un’Idea. L’equivalente calcistico di quel che è in letteratura Wu Ming: un progetto collettivo, con un nome sulla facciata, per realizzare imprese corsare. Di solito le idee paiono inizialmente geniali, poi stupidissime: è accaduto al comunismo, alle spedizioni lunari e al ‟gioco corto” di Viciani, per dire. L’idea Domenech ha seguito il percorso opposto: da cretinaggine fatta persona a distillato d’intelligenza pura.
Per capire che cosa Domenech è, ma soprattutto non è, bisogna frugare nella sua biografia remota e recente di anti-piacione: sta sull’anima a chiunque, esclusa la sua donna (ma non tutti i giorni). Il Domenech calciatore era un terzino. Debuttò a sedici anni nel Lione. La leggenda vuole che nella prima partita abbia rotto la gamba a un avversario. Non è vero, ma lui non lo ha mai smentito. Per risultare credibile come feroce marcatore ricorse a un espediente antico: si fece crescere i baffi (idea replicata dal giovane Bergomi nell’82). Continuò a tarpare ali con discreta energia, finendo nel giro della Nazionale, dove Platini lo osservava con distratto disgusto e Amoros gli precludeva un posto da titolare. Già che stava in panchina, divenne allenatore.
Comincìò da squadre minori. Intanto recitava a teatro. È stato il professore pazzo nella ‟Lezione” di Ionesco. Ha fatto Cechov e ha avuto la parte di amante focoso della diva televisiva in uno sceneggiato mai trasmesso. Come allenatore ha seguito la stessa trafila fatta da giocatore: da Lione alla Nazionale, passando per le selezione giovanile dove allevò alcuni nomi che qui trascrivo a futura memoria: Zidane, Henry, Vieira, Gallas. Quando, nel 2004, gli diedero la squadra maggiore i suoi bambini prodigio avevano quasi tutti messo in soffitta la maglia ‟bleu”. Tornare indietro? Con ‟quel pirla” di Domenech? Neanche a pensarci. Lui continuava a provare giovani. Pires, uno della vecchia guardia, partecipò a un ritiro e scrisse nel suo diario: ‟Sembra di essere a scuola”.
Risultati, pochi. Domenech schierava cinque difensori contro Israele e conquistava lo 0 a 0. Poi, accadde una notte. Così vuole un’altra leggenda. Zidane non dormiva, telefonò a Thuram, che chiamò Makelele. ‟E se andassimo a dare una mano al pirla? Massì, che magari vinciamo la Coppa del mondo”. In realtà pare sia stata una pensata dell’Adidas, sponsor del Mondiale e degli alfieri dell’Ancien Regime. Sono tornati e la Francia si è qualificata.
Poi sono arrivati in Germania. Dopo le prime due partite la Francia era allo stesso punto di quattro anni fa: sul baratro dell’eliminazione. Zidane era, cito un autorevole quotidiano inglese, ‟un vecchio brontolone che sta per andare in pensione, e lo sa, e si vede”. Vieira, alla domanda: ‟Ma secondo lei Domenech è capace?”, rispondeva: ‟Qualunque cosa dicessi, non cambierebbe la realtà”. I giornali ironizzavano sulla passione di Domenech per l’astrologia in genere e un’astrologa in particolare. Perfino Billy Costacurta, che chissà quali rancori nutre, dichiarava a Italia 1: ‟Domenech mi sta sulle palle”. L’antipiacione rischiava di passare alla storia più per le parole che per i fatti. Alla vigilia della partita con la Corea dichiarava: ‟Domani libero i cani”. Per poco se li mangiavano. Con un sussulto di dignità a Le Pen che vaneggiava: ‟Il problema della squadra è che ci sono troppi neri”, replicava: ‟Il problema della politica è che ci sono troppi imbecilli”.
Battendo gli ‟all blacks” del Togo, una Francia senza qualità è rotolata negli ottavi, dove la Spagna l’aspettava per finirla. E da lì in avanti Domenech è diventato uno stratega infallibile. Davvero? Che cosa è successo? Si sono girati i pianeti? Sta recitando la parte di Napoleone? O, semplicemente, dobbiamo andarci a riguardare la foto pubblicata in copertina dall’Equipe, in cui Zidane si china su di lui e gli spiega che cosa bisogna fare. O quella, rimasta nell’obiettivo, in cui Henry gli dice: ‟Preferisco stare solo davanti, giochiamo col 4-2-3-1 e metti a destra Ribery, che li fa impazzire tutti”. O quell’altra in cui Thuram e Gallas gli spiegano l’organizzazione difensiva. O quella in cui Vieira suggerisce: ‟Poi vado avanti io sui cross di Zizou, non conta chi è attaccante, lo diventa chi sta in area”. E Domenech fa segno di sì, ogni volta. Abdica al trono e, marionetta felice, si mette nelle mani dell’Ancien Regime. Dev’essere la prima volta nella storia che la restaurazione viene compiuta da un collettivo autogestito.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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