Le contorsioni del governo sull’affare Telecom in un clima da bagarre parlamentare e i litigi nella maggioranza alla vigilia della Finanziaria non sembrano un film già visto. Sono un film già visto dieci anni fa. Il secondo Prodi era partito bene, all’insegna della novità con le liberalizzazioni e la mediazione in Libano. Ma al primo inciampo è tornato indietro di dieci anni. È nella natura dell’Unione, allora Ulivo, essere una coalizione a ripetere. Come dieci anni fa, sulla testa di Prodi piomba la grana del futuro di Telecom, il colosso delle comunicazioni ormai senza guida, affidato oggi come ieri al commissario Guido Rossi, che vorrebbe farne una public company. Sull’agenda politica, versione Smemoranda, si torna a dibattere di ‟capitalismo senza capitali”, la destra rispolvera l’accusa di ‟dirigismo e statalismo”, la sinistra s’interroga sulla differenza fra privatizzare e liberalizzare e non trova ancora la risposta giusta. Come nel ‘96, siamo alla vigilia di una manovra da 60 mila miliardi (30 miliardi di euro al cambio attuale), la ‟più pesante dai tempi del governo Amato”. Prodi teme agguati nella maggioranza da parte dei centristi difensori dei ceti medi e dell’estrema sinistra schierata con insegnanti e pensionati. Oggi come nel ‘96 Berlusconi invita il popolo della destra a scendere in piazza e prevede che il governo Prodi ‟cadrà in marzo e si andrà alle larghe intese”. Nel frattempo lamenta il pericolo di un ‟esproprio proletario” delle sue televisioni e di un regime illiberale, per via dei progetti di riforma televisiva e di legge sul conflitto d’interessi contenute nel programma elettorale del centrosinistra e rimasti poi progetti. Casini ripropone la questione della leadership a destra e Fini tentenna. Manca qualcosa al revival? Ah sì, le nomine dei direttori Rai: il centrosinistra promette di non lottizzare. Vespa minaccia sempre di andarsene (ma dove?) se gli tolgono una serata. Fin qui le analogie. Ora parliamo delle differenze: nessuna. Nel gioco dell’Oca nazionale siamo finiti sulla casella ‟torna al ‘96”. Nel vasto mondo pure ne sono successe di cose. L’11 settembre, le guerre, la scalata di Cina e India, l’allargamento a est dell’Unione Europea, l’ascesa e la caduta di grandi leader, da Clinton e Bush, Blair e Schroeder, Aznar e Jospin. E noi sempre qui a discutere l’immutabile agenda dell’eterna emergenza: il penultimatum di Mastella, i malpancisti di sinistra, il partito democratico (ex Ulivo), la riforma delle pensioni e del tfr, il ponte sullo Stretto e il passante di Mestre, la privatizzazione della Rai, la vendita di Telecom. Il tutto da far quadrare con il terzo debito pubblico del pianeta che in dieci anni non è diminuito e l’Europa ormai se n’è accorta. È strano anzi che il nuovo governo non abbia ancora annunciato la soluzione al problema degli sbarchi di clandestini sulle coste meridionali. Una questione che peraltro si trascina da alcune migliaia di anni, più o meno dall’arrivo sul litorale laziale di Enea, fondatore della stirpe. L’unica speranza è che se ne rendano conto i protagonisti. Se nulla cambia, tutto si ripeterà come allora. Il governo non cadrà subito ma fra tre anni, quando avrà rimesso a posto i conti e gli alleati avranno individuato un successore. Telecom sarà ceduta a un gruppo di capitalisti senza capitali ma ben decisi a farseli con la rivendita. Berlusconi deporrà l’ascia di guerra in cambio del solito telecomando con la garanzia governativa. Prodi non può volere la replica del ‘96. La giornata di ieri ha rivelato che il premier è cambiato. è parso, per la prima volta a memoria d’uomo, capace di umiltà. Ha ammesso gli errori del governo nell’affare Telecom, emendati con le inevitabili dimissioni del consigliere Rovati, ed è sembrato però deciso ad andare avanti. La legge finanziaria rappresenta uno scoglio ma anche un’occasione per ripartire sulla strada del futuro. Dopo tanti treni persi e dieci anni sprecati, il Paese non chiede bonus o condoni ma almeno la certezza che i nuovi sacrifici stavolta servano davvero a voltare pagina.
Curzio Maltese

Curzio Maltese

Curzio Maltese, 46 anni, nato a Milano, cresciuto a Sesto San Giovanni, l'ex Stalingrado d'Italia. Da ragazzo, dopo un periodo tra fabbrica e radio 'libere', scopre una decisa preferenza per il giornalismo. Cronista a ‟La Notte”, poi alla ‟Gazzetta dello Sport”, dal 1986 inviato a ‟La Stampa” e dal 1995 editorialista a ‟la Repubblica”. Ha scritto di cronaca giudiziaria, sport, pubblicità, spettacolo, politica. Poi ha capito che erano diventati una cosa sola.

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