In un cinema di Parigi, affollato da un pubblico di lingua araba, ho visto il film che sta facendo scalpore in Egitto. Lì come al Cairo una scena genera imbarazzo in sala, si odono bisbigli, spettatori si aggiustano sulla sedia. Palazzo Yacoubian sdogana il tema dell’omosessualità. Gli attacchi che ne sono seguiti svelano la doppia ipocrisia del potere politico. Non è solo questione di arretratezza, c’è un secondo aspetto, di cui dirò alla fine. Il film, per cominciare. Tratto dal romanzo di ‘Ala Al-Aswani (edito in Italia da Feltrinelli) ne riproduce fedelmente le storie intrecciate in un decaduto edificio del centro.
Superfluo dire che il libro è, come quasi sempre accade, meglio. Ma la trasposizione cinematografica dà alla storia una superiore capacità d’impatto e le ha permesso, in un paese a bassa alfabetizzazione, di arrivare a un pubblico molto più ampio. Scioccandolo. In una chiacchierata precedente la pubblicazione della traduzione italiana ‘Ala Al-Aswani, che di professione fa il dentista, mi confidò nel suo ambulatorio lo stupore per il fatto che il romanzo avesse superato i controlli della censura. ‟Hanno fatto come i computer - ipotizzava - cercavano le parole chiave. Non trovandole hanno detto: visto si stampi”. Poi, si è fatto tardi: Palazzo Yacoubian è diventato il principale best seller arabo dopo il Corano. Proprio per questo pensavo che avrebbero impedito al film di esserne la copia. Invece, di nuovo, se ne sono accorti tardi.
Adesso 112 parlamentari ne chiedono il ritiro dalle sale. Durante un collegamento radiofonico un ascoltatore ha detto all’attore Khaled El Sawy: ‟Se la vedo per strada, la meno a sangue”. Che parte fa El Sawy? Quella che provoca i bisbigli e gli aggiustamenti in poltrona. È Hatim Rasheed, un giornalista che dirige un settimanale in lingua francese. Omosessuale. Una sera, uscendo dalla redazione, vede un giovane soldato, Abd Rabo, gli si avvicina, gli parla, gli dà, in cambio di un’indicazione, una mancia eccessiva. Hateem è un uomo raffinato e colto, gemello di carta e celluloide di un noto scrittore e giornalista a Al Ahram Hebdo. Il soldato è un giovane senza educazione, arrivato dalla campagna dove ha lasciato la moglie e un figlio per guadagnarsi uno stipendio nella maniera più semplice: indossando una divisa.
La sua superiorità fisica soccombe a quella mentale dell’altro. Poche sere dopo si ritrova in un appartamento affollato di pezzi d’antiquariato, su un divanetto tappezzato con stoffa preziosa, tra le mani un calice di vino come non l’ha mai assaggiato. Abd Rabo beve, Hatim gliene versa ancora, lui continua a bere, l’altro a versare. Finché il soldato si arrende.
Tra i due nasce una relazione fissa, che prosegue anche quando il soldato fa trasferire al Cairo (nell’appartamento procuratogli dal giornalista sul tetto del Palazzo Yacoubian) moglie e figlio. Il giovane sfoga il senso di colpa per essere diventato l’oggetto sessuale di un uomo possedendo brutalmente la propria donna. È una reazione a catena più credibile che scandalosa. Sono voci del desiderio, sospiri di compiacenza, gemiti di dolore che le voci amplificate dei predicatori di ogni religione riescono a coprire, mai ad annullare. Poi arriva la mano di un dio vendicatore. Mentre il soldato giace nel letto del giornalista la moglie bussa furiosamente alla porta: il loro bambino si è ammalato, di lì a poco morirà. Sarebbe accaduto ugualmente, ma il senso di colpa trasforma un caso fortuito in un contrappasso. Ai fustigatori però questo messaggio non arriva. Si fermano alla superficie, gridando allo scandalo alla prima scena, senza accorgersi che il film è, in fondo, più moralista di loro. È che non sono abituati: mai nel cinema egiziano si era osato mostrare apertamente l’omosessualità.
Perfino il coraggioso regista Youssef Chaine vi aveva soltanto alluso.
Stiamo parlando di un Paese dove questa pratica sessuale può portare al carcere. Non esiste una legge che la punisca, ma l’omofobia sa trovare l’inganno. L’11 maggio 2001 cinquantadue omosessuali furono arrestati in una discoteca ricavata in un barcone sul Nilo, la "Queen Boat". Cinquanta vennero accusati di ‟corruzione abituale”, due di ‟vilipendio della religione”. Torturati e poi processati, ventuno di loro vennero condannati a tre anni di reclusione. Quel che non fecero i giudici lo fecero i media, diffondendo nomi e indirizzi perché la pubblica (e plagiata) opinione potesse sbeffeggiarli. Il livello di apertura mentale della stampa è d’altronde dimostrato da questo episodio: in una conferenza stampa seguita alla proiezione di Palazzo Yacoubian un giornalista fa una domanda all’attore El Sawy che, ripeto, recita la parte di un noto collega dell’intervistatore. La domanda è: ‟Come può un attore del suo calibro, che ebbe un tempo l’onore di impersonare il presidente Gamal Abdel Nasser, aver accettato il ruolo di un depravato?”. La risposta è un sorriso di compassione. Ironica quella del suo collega Bassem Samra (che incarna il soldato) alla domanda: ‟Che cosa pensa dei parlamentari che vogliono bandire il film?”, ‟Trovo giusto che passino il tempo a discutere e votare una cosa del genere, non hanno altro da fare avendo già risolto problemi come la disoccupazione, i traghetti che affondano, il terrorismo, i treni che si scontrano, l’analfabetizzazione e la corruzione”.
Ecco, ci siamo arrivati: alla seconda (e più grave) ipocrisia.
Perché mai una massa di deputati e i giornalisti sdraiati sui gradini del potere politico e religioso dovrebbero darsi tanto da fare perché il popolo non veda qualche scena di ordinaria sessualità? È davvero quello a disturbarli nelle quasi tre ore di Palazzo Yacoubian? O è altro? L’altro che il film racconta: la miseria in cui è stato ridotto lo splendore del Cairo, la rabbia delle classi sociali escluse non tanto dalla ricchezza quanto dalla dignità che spinge i più deboli verso il radicalismo islamico e il terrorismo, la corruzione di Stato, quella sì perfettamente organizzata, che entra in ogni piccolo affare e, come la mafia, pretende una percentuale sui profitti? Quale è la scena del film che fa bisbigliare e aggiustarsi sulla poltrona gli spettatori di prima classe: quella della ‟corruzione” del soldato o quella in cui, dopo essersi spartiti una torta, il politico e l’imam pregano insieme tenendosi per mano?
È per quella scena che il film va difeso. Per quella che ci si augura venga presto distribuito anche in Italia. Perché racconta una storia così egiziana, così universale.

*L'articolo di Gabriele Romagnoli ha acceso l'interesse della "Festa del Cinema" di Roma, tant'è che all'interno della manifestazione sono previste ben tre proiezioni di Palazzo Yacoubian.
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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