Quando, durante una delle più nefande guerre di religione dei cristiani contro se stessi, le armate cattoliche del Giglio di Francia posero l'assedio a Lione, la roccaforte protestante, si pose loro il non semplice problema se uccidere in massa, come era già stato fatto altrove, o risparmiare almeno parte della classe dirigente della città. Non si trattava di un dilemma etico, ma squisitamente pratico e utilitaristico: Lione, con i suoi professionisti, artigiani, scienziati, commercianti, rappresentava il maggiore concentrato di ricchezza economica e intellettuale del Paese. Gli ugonotti di Lione avevano formato un gruppo sociale molto originale, affatto singolare rispetto al resto di Francia e di gran parte dell'Europa cattolica. Si erano fatti ricchi del loro lavoro e del loro ingegno, sperimentando nuove tecnologie, nuovi saperi; praticavano la curiosità intellettuale e la dedizione alla propria attività come un'unica virtù; ripudiavano la sterile speculazione e investivano i capitali ricavati dal loro lavoro in imprese utili alla collettività che si arricchiva tutta partecipandovi. Spendevano il loro denaro per abbellire le loro case e la città, commissionavano e acquistavano dipinti di soggetto "laico" e quotidiano. Ma soprattutto, ciò che orripilava gli inquisitori è che compravano molti libri leggevano in gruppo con i loro amici; addirittura le loro donne leggevano e si riunivano per discutere. Ecco, secondo me dobbiamo agli inquisitori che si sono occupati di "sistemare" Lione, la prima descrizione accurata di che ancora oggi chiamiamo "classe media". Questa particolare classe che si identifica attraverso qualità diverse e concomitanti, non solo di natura materiale ma anche intellettuale, che ricava e spende non per rendita ma per lavoro, non avendo rendite di posizione di nessun genere è spinta ad essere libera sperimentare e di agire nella società, portata al rinnovamento, elettivamente avanguardia dei movimenti di pensiero politico e religioso. che accadeva a Lione alla fine del secolo, accadeva anche altrove, in Olanda, nelle città anseatiche, in quel territorio geografico sociale, segnato dalla riforma protestante, che diventerà il perno della modernità. Da quel momento la classe media sarà sempre presente e riconosciuta nei mutamenti e nelle rivoluzioni degli ultimi secoli, dalla rivoluzione americana a quella francese, sino a quella sovietica. Sì, perché la classe media non è la borghesia è il direttore di banca, non il proprietario della banca, è lo scienziato dell'industria farmaceutica, non il suo amministratore delegato, è l'artigiano orafo non il padrone della miniera di diamanti, è l'insegnante non la scuola, il giornalista non l'editore ma si muove tra borghesia e proletariato, negli spazi che non sanno e non possono occupare le classi volta a volta emergenti, senza mai dominare ma ponendo le basi del dominio altrui; perché non possiede mezzi di dominio e perché nella forma mentis della classe media non è compreso il dominio, ma il governo. È per questo che gli ugonotti di Lione furono sconfitti militarmente dai cattolici, è per questo che i più facili da massacrare, materialmente o metaforicamente, sono i suoi membri, da allora fino ad oggi e quasi certamente anche domani e dopo. Ecco, se la classe media si identifica non per un censo, ma per una forma mentis, uno stile di vita e di lavoro, una propensione ed una elettività progressiva, un'etica di classe, oggi non c'è niente di più stupido che confinarla in uno scaglione di reddito. E oggi non c'è niente di più arbitrario che autodefinirsi membro della classe media in base alla propria disponibilità di reddito o alla sua indisponibilità. È per questo che in Italia non esiste una classe media, ma solo suoi brandelli. Ciò che con intenzionale mala fede è spesso confuso con classe media è quella che Indro Montanelli chiamava "la plebe borghese". Mentre i professionisti sfilavano a Roma infuriati perché oppressi dall'impoverimento dovuto alla liberalizzazione delle loro professioni e dall'evenienza di una meno agevole evasione fiscale, i loro colleghi di Copenaghen sfilavano per protestare contro un altro genere di impoverimento: contro la riduzione delle spese statali per la cultura. In Danimarca ha manifestato la classe media, in Italia la plebe borghese. E in Italia e non in Danimarca si può appartenere a due classi diverse essendo avvocati vicini di studio o insegnanti dello stesso collegio docenti, o medici dello stesso reparto. Quello che mi chiedo è: ma questo Paese, questo Stato e questo e i passati governi sanno farsene qualcosa di una classe media attiva e prospera, riconosciuta nella comunità per ciò che sa fare, vuole fare, vuole chiedere, sa pretendere? O hanno casomai voglia di chiudere i conti con i virtuosi eretici della città di Lione e preferiscono vedersela con i più semplici, carnali, interessi della plebe borghese?
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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