Si sostiene che quando la tragedia ritorna assume l’aspetto di una farsa. In realtà, una tragedia che si ripete è una tragedia che si ripete. È il dopo che, se la prima volta può apparire intriso di concitazione, retorica e incertezza sul da farsi, la seconda lascia trasparire dalla maschera il volto del ridicolo. Torno in Italia all’alba di una domenica senza calcio, come se atterrassi in un Iran laicizzato o in un’America che digiuna. Questo, per lo meno, mi aspetto: la forza di un rito è resa esponenziale dalla sua assenza. E invece. L’autista che mi accompagna da Fiumicino a casa è un tifoso romanista. All’andata mi aveva mostrato orgoglioso il biglietto del Meazza per la partita con l’Inter. E adesso? ‟Son contento, perché sono convinto che questa sosta ci farà soltanto del bene”. ‟Nel senso che indurrà alla ragione e farà trovare soluzioni?”. ‟De che? Nel senso che magari recuperiamo Mexes, che adesso è infortunato”.
Ha un passato di giocatore sui campi delle serie minori (‟dove quando battevi i falli laterali ti sputavano”) e un dubbio ragionevole: ‟Perché ci si ferma per un poliziotto ammazzato in serie A e non per quel dirigente ucciso a calci in un campionato dilettanti?”. Oggi non gioca più, è un padre di famiglia, ha un lavoro e le stesse convinzioni di quando andava in curva: ‟I poliziotti allo stadio spesso provocano”. A differenza del calcio, il tempo non si ferma, ma può correre sul vuoto. Gli uomini hanno le stesse idee di quando erano ragazzi, vent’anni fa, i media e le autorità le stesse reazioni di dieci anni fa (e come potrebbe essere diversamente? Sono gli stessi, guarda dov’è Antonio Matarrese).
Arrivato a casa cerco nell’archivio elettronico quel che si scrisse allora, nella prima ‟domenica senza calcio”, seguita all’omicidio del tifoso genoano Vincenzo Spagnolo. Ci risiamo, anzi, ci siamo gia’ stati: ‟più fatti, meno parole”, ‟più polizia” e l’invocazione delle immancabili, indefinite, miracolistiche ‟leggi speciali”. Ecco i prevedibili reportage sulla gente che scopre l’alternativa dei musei, dei parchi pubblici, della comunità familiare dalla quale, proprio perché la conosceva, correva a rifugiarsi su qualunque spalto, sotto qualsiasi bandiera. Supero le Scuderie del Quirinale dove non mi pare di scorgere code di ultrà e diffidati in attesa di ammirare il vasellame cinese e vado dal pasticcere, dove infuria il dibattito.
Registro, anzitutto, le inevitabili teorie del complotto: ‟Le partite a porte chiuse faranno la fortuna di Sky. Te lo credo che loro le vogliono. Vuoi vedere che c’è dietro Murdoch?”. Poi, i sintomi della disillusione: ‟Tutta questa preoccupazione è solo perché così addio agli Europei del 2012, ai nuovi stadi che volevano costruire, a tutte le fette di torta che si sarebbero spartiti”. Il pasticcere ne incarta una e gravemente assente: ‟Mi sbaglierò, ma se mio figlio è allo stadio, vabbe’, può arrivargli un mortaretto, se è in giro, da qualche altra parte, che ne so io dove, di ‘sti tempi gli può arrivare di peggio”.
Il figlio è un ragazzetto atletico con la maglia dei Roma Boys. Anche lui ha cancellato il viaggio a Milano e non sa che fare, invece: ‟Magari andiamo a vederci Manuale d’amore 2, o Di Caprio, mi sa meglio Manuale 2, che è più facile”. E se chiudessero gli stadi ai sostenitori delle squadre in trasferta? E se sciogliessero tutti i club del tifo organizzato? Che dici, non sarebbe tutto risolto? Risponde la voce dell’innocenza: ‟Non lo faranno mai, ne hanno troppo bisogno”.
E allora, ci ritroveremo su questa stessa casella del gioco, di qui a dieci anni, o cinque, o tre, giacché la storia sta premendo l’acceleratore? Nei commenti seguiti alla prima domenica senza calcio il dubbio che servisse veramente era forte. L’ottimismo della ragione imponeva di rispondersi ‟sì, anzi, a qualcosa è già servita”. Oggi sappiamo che non era così. È il pomeriggio di un inverno surriscaldato. Con la stessa incoscienza con cui ci godiamo il sovvertimento climatico che bollirà quegli estranei dei nostri pronipoti affrontiamo questa ‟giornata particolare”. Affiora la convinzione che tutto si sistemerà, le crisi ci sono sempre state e sempre sono state superate: pioverà e la Juventus tornerà in serie A. Avremo Manuale d’amore 3 e il Matarrese ter. Il calcio è, come il fumo, un piacere malsano.
Risolveranno la questione scrivendo all’ingresso degli stadi: ‟Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate”. Per indignarsi occorre energia e si avverte invece la stanchezza che induce al fatalismo: volevano darci una partita ogni giorno della settimana, hanno finito per cancellarle anche la domenica. Ultimo dubbio: che cosa è veramente ‟blasfemo”, la domenica senza calcio o il pallone di venerdì?
Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) è giornalista e scrittore. Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell'ultimo amore (2018).

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