L’esagerato clamore intorno alla manifestazione di Vicenza, pacifica, innocua e tutto sommato modesta, in un Paese abituato a milioni di persone in piazza, è significativo dell’eccesso di emotività romantica che accompagna in Italia il dibattito sui rapporti con gli Stati Uniti. Si fronteggiano da noi, unico caso in Europa, un americanismo e un antiamericanismo a prescindere, più o meno con gli stessi argomenti di moda negli anni ‘50. In teoria fieri nemici ma nella pratica vittime dell’identica ossessione coloniale, per cui la relazione con Washington esaurisce da solo il novantanove per cento della politica estera. A destra impazza un americanismo patetico da sfilata stelle e strisce, al profumo di cioccolata e al ritmo di boogie, come nell’Italia del piano Marshall. A sinistra sopravvive un sentimento politico altrettanto velleitario, l’antiamericanismo al gusto di Chinotto evocato ieri su questo giornale da Fausto Bertinotti, incredibilmente sempre attuale. Nel senso che ancora oggi bravi militanti di sinistra comprano al supermercato il chinotto, convinti di danneggiare l’impero. Senza se, senza ma e soprattutto senza mai voltare l’etichetta e riflettere sul marchio del distributore, la Nestlè, al cui confronto la Coca Cola Company è un’associazione "no profit".
Entrambe le fedi liquidano ogni dubbio come eresia e tradimento. E’ tempo perso spiegare agli uni che non c’è contraddizione nell’essere amici degli Stati Uniti e critici di Bush, come del resto il sessanta per cento degli americani, l’ottanta nelle grandi metropoli. E’ inutile invitare gli altri a non festeggiare troppo il declino Usa in favore dell’incombente egemonia della Cina, ovvero il passaggio della leadership mondiale da una democrazia a una dittatura. La politica italiana vive di nostalgie e non riesce a elaborare il lutto del nemico perduto. La destra non parla d’altro che di «comunismo», la sinistra ha gli occhi fissi sulle mosse dell’impero. L’Italia è il paese che spende meno in Occidente per la cooperazione con i paesi poveri. Eppure i nostri simpatici estremisti con palchetto televisivo quotidiano, da Agnoletto a Casarini, non sprecano un corteo su questa vergogna. Non fa audience.
A furia di sfogliare gli album di famiglia della politica, si rischia di perdere di vista l’atlante geografico. Il dibattito parlamentare di oggi è l’occasione per riportare un po’ di ragione e concretezza nella nostra politica estera. Occorre una sana ventata di moderno, pragmatico europeismo. Mentre l’Italia di Berlusconi s’accapigliava su diatribe filo e anti americane, la Germania, la Francia e in qualche misura la Spagna hanno preso atto della perdita di centralità dell’asse Europa-Stati Uniti e ridisegnato la politica estera con un massiccio spostamento di attenzione verso Oriente, tradotto in una raffica di missioni diplomatiche e commerciali in Cina e India. E’ un processo in atto da tempo che corrisponde a una visione dell’interesse generale, quindi condivisa da governi conservatori e socialisti. Qui siamo appena all’inizio, ma ogni apertura verso i nuovi mercati è considerata dall’opposizione un’altra prova del complotto «rosso» contro il grande alleato. Andare a Bombay o a Shanghai sarebbe insomma un dispetto a Washington.
Una volta rimosse le macerie ideologiche novecentesche, sarà forse più facile decidere caso per caso, secondo logica e convenienza. Una base Nato in più o in meno, con buona pace di Berlusconi e dei "no global", non cambia molto nel quadro delle alleanze internazionali del Paese. Si tratta di capire piuttosto quanto cambia nel territorio vicentino, quale sarà l’impatto ambientale ed economico sulla realtà locale. Il finanziamento della missione in Afghanistan non può essere il terreno di un confronto teologico. Il governo, s’intende, fa bene a ricordare che le ragioni per cui i nostri soldati sono laggiù rimangono profondamente diverse da quelle dell’intervento in Iraq. La guerra in Iraq, voluta da Bush fuori e contro l’Onu, era fondata su una montagna di menzogne a proposito delle inesistenti armi di distruzione di massa e dei rapporti di Saddam col terrorismo fondamentalista. L’intervento in Afghanistan era motivato dalla totale e comprovata complicità del governo talebano con la rete di Osama Bin Laden, responsabile delle stragi dell’11 settembre. Detto questo, si tratta pur sempre di capire che cosa ci fanno i nostri mille alpini fra i monti afgani. Perché se si tratta di onorare simbolicamente il nostro debito storico con gli Stati Uniti e la fedeltà all’Onu, allora il costo è un po’ salato. Sarebbe certo più utile ridurre la spesa e destinare i risparmi alla ricerca scientifica o agli aiuti umanitari. Se invece si tratta di combattere davvero la guerriglia contro i talebani, allora bisogna spendere dieci volte tanto. Questo sì è un dilemma di pura politica. Ed è singolare che in questi anni a proporlo come tale non siano stati i parlamentari ma i generali dell’esercito.
Curzio Maltese

Curzio Maltese

Curzio Maltese, 46 anni, nato a Milano, cresciuto a Sesto San Giovanni, l'ex Stalingrado d'Italia. Da ragazzo, dopo un periodo tra fabbrica e radio 'libere', scopre una decisa preferenza per il giornalismo. Cronista a ‟La Notte”, poi alla ‟Gazzetta dello Sport”, dal 1986 inviato a ‟La Stampa” e dal 1995 editorialista a ‟la Repubblica”. Ha scritto di cronaca giudiziaria, sport, pubblicità, spettacolo, politica. Poi ha capito che erano diventati una cosa sola.

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