Tra le centomila domande che ci vengono in mente ogni giorno nel tentativo di dare senso e orientamento alla complessa insensatezza della nostra vita, ce n'è un bel po' che abbiamo imparato a censurare prima ancora di dare loro corpo e voce. Appartengono a quel genere di domanda che sin dalla nostra prima infanzia non ha mai avuto risposta: sono le domande cretine. Quelle a cui chi ne sa più di te non si degna di rispondere se non con un: ma che razza di domanda cretina è? E se anche non te lo dice ad alta voce, te lo fa capire con quella cert'aria di disprezzevole rimprovero. Ma vediamo di ricordare qualcuna delle nostre domande cretine e ragioniamoci un po' sopra. Di regola sono domande di grande semplicità, di una semplicità, ed essenzialità, disarmante; sono domande dirette ed innocenti: individuano un problema e pongono il quesito essenziale. Ricordatevi di quando eravate bambini: papà, perché l'acqua è bagnata? A queste domande non è possibile rispondere con giri di parole o vacue figure retoriche, ma solo direttamente, sinceramente, esaurientemente. Forse è per questo che sono domande cretine, perché pretendono una risposta che l'interlocutore - colui che interroghiamo perché dice di saperla lunga: nostro padre, l'insegnante, il ministro - dovrebbe dare e invece non sa dare. Sono domande imbarazzanti, e più sembrano cretine, più vanno al nocciolo, all'essenza dell'Universo. Ci restano sullo stomaco, e sono buchi che con il tempo si allargano e minano la nostra fiducia nella ragionevolezza della vita, nel senso delle cose. Bisognerebbe provare a rispondere da soli, imparare a cogliere le ragioni soggiacenti ai molti milioni di misteri quotidiani senza disturbare "chi di dovere". Vivremmo più leggeri. Apriamo dunque i rubinetti, basta infliggerci censure, alziamo alta la voce delle nostre domande cretine e vediamo cosa succede. Comincio io, con la prima che mi viene in mente. È proprio la prima, sgorgata in questo preciso istante. Mi sembra talmente cretina, che potrebbe persino riguardare i destini dell'umanità. Sono appena tornato da Zurigo, in treno. Domanda, cretina: perché tutti, ma proprio tutti i finestrini dei vagoni svizzeri sono puliti a specchio e tutti, ma proprio tutti, i finestrini dei vagoni italiani sono sporchi da far schifo? Perché? Deve esserci una ragione sistemica, un metodo, una filosofia; è troppo regolare, è così sempre e ovunque sulle due reti ferroviarie. Vediamo. In Svizzera i signori clienti ci tengono a vedere il paesaggio e in Italia tendono a schifare il loro Paese, tanto vale risparmiare sul sapone e sul personale. Possibile. Oppure: in Svizzera c'è abbondanza di detergenti e sgrassanti a buon mercato e in Italia sono troppo cari per le condizioni finanziarie dell'azienda preposta. Possibile. Gli svizzeri sono puliti, gli italiani dei maiali; i finestrini sono puliti allo stesso modo ma da noi si insozzano in mezza giornata da bande specializzate che si appostano sulle massicciate per bersagliare di schifezze i convogli in transito. Non so, non c'è nessun dato scientifico che dica con certezza che noi siamo degli zozzoni propensi a delinquere per puro gusto della zozzeria; in fin dei conti abbiamo inventato il bidet e gli svizzeri manco ce l'hanno. Oppure: da qualche anno abbiamo carenza di personale di pulizia e l'azienda si arrangia come può. Probabile, ma sarebbe allora da fare un'altra domanda cretina: quanto spende per pulire i finestrini l'azienda svizzera e quanto la nostra? E se, puta caso, spendesse più o meno la stessa cifra, o comunque abbastanza per aspettarsi dei finestrini lustri? Ahi, ahi; allora forse c'è il personale, e pure i detergenti, e lo schifo dei nostri finestrini potrebbe appartenere ai misteri insondabili. Che non esistono nell'universo fisico. Possiamo dare altre risposte, ragionevoli o irragionevoli, ma sempre più attinenti di quella che ci fornirebbe l'Ente preposto. Che sarebbe: ma che domanda cretina è questa?
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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