La magistratura francese ha concluso nel 2003 che Diana, principessa del Galles, Dodi Al Fayed e Henry Paul, impiegato al Ritz di Parigi, sono morti il 31 agosto 1997 in un incidente causato dal fatto che Paul, ubriaco, guidava la loro Mercedes a eccessiva velocità, il magnate egiziano Mohamed Al Fayed sostiene però che il figlio Dodi e Diana siano stati uccisi su ordine del duca di Edimburgo dai servizi segreti britannici (M16) da cui Paul era assoldato: la corona britannica, a suo dire, non tollerava che Diana, incinta, sposasse un musulmano di pelle scura e dai capelli crespi.
Il 1° luglio cominceranno le celebrazioni per il decimo anniversario della morte della principessa,
ma si cerca ancora la verità. Qual è questa verità? L’inquirente inglese, il royal coroner, incaricò lord Stevens, ex capo della polizia londinese, di esaminare il dossier francese e investigare sulle accuse di Al Fayed. Il dossier di Stevens — 832 pagine, 300 deposizioni e tre anni di lavoro al costo di 3 milioni di sterline — è stato completato il dicembre scorso.
Stevens inizia precisando che prima del 14 luglio tra Dodi e Diana non c’era alcuna intimità; da allora fino al 31 agosto avrebbero potuto trascorrere insieme soltanto 29 giorni. Al Fayed è il solo a sostenere l’ipotesi del fidanzamento e della gravidanza di Diana: amici e parenti di lei non ne erano al corrente; il suo medico e i risultati dell’autopsia inglese non confermano la gravidanza e l’imbalsamazione non venne decisa per impedirne l’accertamento.
Il principe William ha dichiarato di non sapere nulla sull’imminente fidanzamento, che Al Fayed sostiene sarebbe avvenuto i primo settembre da Harrods, il suo negozio londinese. Al Fayed sostiene che l’anello di fidanzamento era stato scelto dai due a Montecarlo e poi acquistato a Parigi il 30 agosto. Stevens conclude che Repossi aveva aperto la gioielleria per Dodi, ma l’anello acquistato rimase nel suo astuccio: Diana non ‟scelse” o ricevette un anello, anzi, parlava con amici del ritorno al ‟lavoro” dopo la vacanza, dando l’impressione che l’infatuazione per Dodi stesse per spegnersi.
L’ex agente segreto Richard Tomlinson ha dichiarato che due agenti del M16 erano stati mandati a Parigi per dirigere l’operazione, che ricalca un piano dell’M16 per l’assassinio di Milosevic: abbagliare l’autista in un tunnel. Stevens però rintraccia un agente che aveva scritto una nota suggerendo l’assassinio di un serbo sospettato di genocidio — non Milosevic — ma non il modo, e dimostra che il trasferimento dei due agenti a Parigi era stato approvato prima del luglio ’97. La sera della morte uno era in vacanza e l’altro al ristorante con la moglie. Tomlinson ammette quindi di essersi confuso. Un altro dubbio risolto. Al Fayed sostiene poi che le guardie del corpo e Paul, su ordine dell’M16, persuasero Dodi a prendere la Mercedes e non la propria vettura: Paul aveva ricevuto un pagamento lo stesso giorno e le tre guardie del corpo Kieran Wingfield, Reuben Murrell e Trevor Rees-Jones erano ex militari britannicì e dunque parte dell’M16. A missione compiuta lasciarono il loro impiego e Rees-Jones — l’unico superstite dell’incidente — fu ricompensato dall’M16 con un posto presso le Nazioni Unite a Timor Est e con i profitti delle sue memorie The bodyguard story, scritte per lui da un’amica di Diana, anch’essa agente dell’M16.
Stevens accerta però che Paul lavorò per le Nazioni Unite a Timor Est per un anno e da semplice impiegato e che Paul, le tre guardie del corpo e l’amica di Diana non sono noti all’M16.
Al Fayed accusa l’unico paparazzo presente al Ritz, e non identificato dall’investigatore francese, di appartenere all’M16. Stevens lo rintraccia: non è noto all’M16. Anche James Andason, fotografo e proprietario di una Fiat Uno, morto suicida nel 2002, era al soldo dell’M16 e si è ucciso oppresso dai rimorsi per aver causato la collisione con la Mercedes, dice Al Fayed. Stevens verifica che Andason non aveva contatti con l’M16 e l’alibi fornito dalla sua vedova: era a letto con lei.
Stevens risolve anche il mistero dell’autista della Fiat Uno che aveva sfiorato la Mercedes:
un vietnamita che ha rifiutato di essere intervistato. Al Fayed sostiene che l’M16 ha instigato le rapine in agenzie fotografiche di Londra nei giorni successivi all’incidente e quella nell’agenzia di Andason nel 2002. Le indagini di Stevens lo smentiscono, Il magnate egiziano sostiene pure che i prelievi di sangue di Paul sono stati sostituiti con quelli di un alcolizzato. Stevens dimostra però dall’esame del Dna della madre che i prelievi appartengono a Paul. Il giudice francese che valutò per primo la vicenda aveva preso quindi la decisione giusta: un banale incidente stradale, Diana non era incinta e nemmeno alle soglie del fidanzamento e dunque l’M16 non ha nulla a che fare con la sua morte, conclude Stevens, laconico. E Al Fayed, che aveva dichiarato di avere completa fiducia in lui, ora lo accusa di avere calato la testa di fronte a oscuri poteri.
Invece la verità è un’altra. In questa storia emergono tre tristi personaggi: Diana, Dodi e Al Fayed. Lontana dalla madre adultera e con un’odiata matrigna, Diana ebbe un’infanzia infelice. Svogliata negli studi e non particolarmente intelligente, lavorava in un asilo. La regina madre cercava una sposa inglese illibata e di nobili natali per l’erede al trono, legato da tempo a Camilla Parker-Bowles, allora già maritata. La nonna di Diana, sua amica, le segnalò la nipote diciannovenne che s’innamorò perdutamente di Carlo. Fu il matrimonio del secolo. Diana scoprì ben presto che lui amava l’altra, ma sperava col tempo di riuscire a conquistare il suo amore. Trascurata dopo la nascita dell’agognato erede, tentò più volte il suicidio. Divenne bulimica. Vincendo infine la timidezza, si dedicò a deboli e infermi.
Adorata dal popolo, suscitò l’invidia dei reali. Isolata, cercò amicizia e amore tra cortigiani e impiegati. Comunicava la propria tristezza attraverso l’immagine e i media. Collaborò a una biografia nella quale rivelava lo stato del suo matrimonio e infine rivelò in un’intervista l’adulterio del marito: fu punita con la separazione e con il divorzio.
Perduti il titolo di ‟Altezza reale” e il controllo sui figli, ebbe amici e amanti non nobili e non affidabili. Era depressa, irrazionale. Manifestò il timore di rimanere vittima di un falso incidente automobilistico voluto da Carlo, impaziente di sposare Camilla, ma continuava a guidare. Rifiutò la scorta.
Nel ‘95 s’innamorò di Hasnat Khan, un cardiochirurgo pachistano: una storia pulita, la prima. Lo presentò ai figli e pensò di sposarlo — lei anglicana e lui musulmano — secondo il rito cattolico. Padre Anthony Parsons ha confermato a Stevens l’inconsueta richiesta. Nel giugno ‘97 Diana andò in Pakistan e incontrò la famiglia di Hasntat. Per lui avrebbe dovuto lasciare il suo Paese e gli amatissimi figli, e non voleva farlo. Nel luglio ‘97 era sola e incerta sul suo futuro.
Il secondo tragico personaggio è Dodi. Orfano di madre a due anni, era destinato dal padre a un futuro principesco, infatti fu allievo a Sandhurst, l’accademia militare inglese frequentata dai rampolli delle famiglie reali. Invece divenne produttore cinematografico. Non ebbe fortuna.
Emetteva assegni a vuoto e si era indebitato. Sembra che il padre lo mantenesse con un assegno mensile di 100.000 dollari, probabilmente risentiva di questa dipendenza: le guardie del corpo non accettarono la sua decisione di prendere la Mercedes guidata da Paul e pretesero la conferma dal padrone: il padre.
Dodi era un playboy. La sua ultima ‟fidanzata”, la modella Kelly Fisher, era con lui a Parigi e lo seguì a Saint Tropez. Alloggiò sullo yacht di Al Fayed. Di giorno lui andava nella villa del padre dove era ospite Diana e la sera tornava da lei.
Poi Kelly se ne tornò in America.
Dodi rivide Diana a Londra e a Parigi e in agosto partirono per una crociera. Il 4 agosto apparì sui giornali la famosa fotografia del bacio. Il 15 agosto Kelly accusò Dodi di aver violato la promessa del matrimonio fissato per 18 agosto nella casa acquistata appositamente a Malibù. Chiedeva risarcimenti. I legali di Dodi sostennero che da mesi erano soltanto buoni amici. Stevens verifica che la casa a Malibu era stata acquistata in giugno da una società e trasferita a un’altra il mese successivo.
Al Fayed, un parvenu che adora l’aristocrazia e ha comprato la casa parigina del duca di Windsor, era stato escluso dall’establishment dopo una serie di azioni legali da cui era emerso che aveva assoldato personaggi politici per perorare le sue cause. Invitò Diana a Saint Tropez forse pensando a Dodi, non sposato e quarantaduenne; questi non poteva certo rifiutare l’invito del padre e la sfida di sedurre Diana. Al Fayed fece di tutto per tramutare un flirt in amore: era uno schiaffo all’establishment e il trionfo del suo casato. Stevens nota che lui le mise a disposizione i suoi aerei, lui chiese a Repossi di aprire la gioielleria per Dodi, lui soltanto parlava ai media con commossa felicità dell’amore tra i due e, il fatidico 30 agosto, fu lui ad approvare, da lontano, che Paul guidasse la Mercedes in cui il figlio trovò la morte.
Da allora il dolore di Al Fayed non ha requie. Sembra che Diana sia morta proprio quando avrebbe potuto sperare in una vita normale con l’unico uomo che l’abbia amata non Dadi, ma Hasnat, unico tra amanti e amici a mantenere il riserbo. Paul Burrell, il fidato valletto con cui Diana si confidava incautamente, Rees-Jones e perfino René Delom, maggiordomo di Dadi a Parigi, hanno fatto soldi sfornando libri più o meno romanzati.
Delom in Diana and Dodi, a love story, descrive il ‟fidanzamento” e la conferma della gravidanza in toni melensi: inginocchiato davanti a Diana, Dodi le carezza il ventre: lei si guarda la mano e sussurra:
‟Sì”. Interrogato da Stevens, ammette che il mese prima Kelly era a Parigi con Dodi, da fidanzata, che ‟l’anello di fidanzamento” non lasciò mai il suo astuccio e il ‟sì” di Diana poteva riferirsi all’invito al ristorante. Aspetteremo per anni il verdetto finale. Le pressioni dei legali di Al Fayed hanno logorato ben tre coroner che hanno rinunciato all’incarico — il primo per il troppo lavoro, il secondo per motivi di salute e la terza perché non ha esperienza di processi con giuria, come deve essere questo, lo ha deciso la Corte d’appello.
Non contento di avere costretto i principi Carlo e William a incontrare Stevens, Al Fayed ora chiede l’impensabile: l’audizione della regina. Un morso dopo l’altro, questo megamilionario egiziano al quale per ben due volte è stata negata l’agognata cittadinanza britannica non molla la presa sul leone d’Inghilterra.
Faruk, l’ultimo re d’Egitto, disse una volta che nel terzo millennio sarebbero rimasti soltanto cinque regnanti: il re di cuori, il re di quadri, il re di fiori, il re di picche e il re d’Inghilterra. Non avrebbe mai pensato che un suo suddito, allora bambino ad Alessandria, un giorno avrebbe scosso le fondamenta della monarchia inglese. •
Simonetta Agnello Hornby

Simonetta Agnello Hornby

Simonetta Agnello Hornby è nata a Palermo nel 1945.
Vive dal 1972 a Londra ed è cittadina italiana e britannica.
Laureata in giurisprudenza all’Università di Palermo, ha esercitato la professione di avvocato aprendo a Brixton lo studio legale “Hornby&Levy” specializzato in diritto di famiglia e minori. Ha insegnato diritto dei minori nella facoltà di Scienze Sociali dell’Università di Leicester ed è stata per otto anni part-time Presidente dello Special Educational Needs and Disability Tribunal.
La Mennulara, il suo primo romanzo, pubblicato da Feltrinelli nel 2002 è stato tradotto in tutto il mondo. Da allora ha pubblicato diversi libri tra cui La zia Marchesa (Feltrinelli, 2004), Boccamurata (Feltrinelli, 2007), Vento scomposto (Feltrinelli, 2009), La monaca (Feltrinelli, 2010), Camera oscura (Skira, 2010), Il veleno dell’oleandro (Feltrinelli, 2013), Il male che si deve raccontare (con Marina Calloni; Feltrinelli, 2013), Via XX Settembre (Feltrinelli, 2013), Caffè amaro (Feltrinelli, 2016) e, con Massimo Fenati, la graphic novel de La Mennulara (Feltrinelli, 2018).
Ha inoltre pubblicato libri di grande successo legati alla cucina con una fortissima componente narrativa: Un filo d’olio (Sellerio, 2011), La cucina del buon gusto (con Maria Rosario Lazzati; Feltrinelli, 2012), La pecora di Pasqua (con Chiara Agnello; Slow Food, 2012) e Il pranzo di Mosè (Giunti, 2014).
Ha anche pubblicato La mia Londra (Giunti, 2014), una guida/memoir personalizzata di Londra e il racconto per ragazzi Rosie e gli scoiattoli di St. James (con George Hornby; Giunti, 2018).
Tutti i suoi libri sono stati best seller e hanno venduto in Italia più di un milione di copie.
È frequente ospite alla radio, alla televisione e sulle maggiori testate giornalistiche italiane.
Simonetta Agnello Hornby ha sempre cercato di legare la professione di avvocato e la sua scrittura all’impegno per sostenere le cause dei minori, delle vittime di violenza domestica e degli emarginati.
Il 2 giugno 2016 Il Presidente della Repubblica le ha conferito l’onorificenza dell’Ordine della Stella d’Italia nel grado di Grande Ufficiale.
Nel 2014 è stata protagonista, con sua sorella Chiara Agnello, della trasmissione “Il pranzo di Mosé”, su Real Time. Nel 2015 è apparsa con il figlio George Hornby, su Raitre, nel documentario reality show Io & George, un viaggio da Londra alla Sicilia per aumentare la consapevolezza dei problemi affrontati dai disabili.
Ha girato un docu-film per laeffe, Nessuno può volare, titolo anche del nuovo libro uscito per Feltrinelli nel 2017.
Nel 2017 ha contribuito con un racconto alla raccolta Un anno in giallo, Sellerio, insieme a Andrea Camilleri, Esmahan Aykol, Gian Mauro Costa, Alicia Giménez-Bartlett, Marco Malvaldi, Antonio Manzini, Santo Piazzese, Francesco Recami, Alessandro Robecchi, Gaetano Savatteri, Fabio Stassi.
Il 17 luglio del 2018 ha ricevuto dal Centro Regionale di Sant’Alessio, istituzione che fin dall’ottocento realizza attività volte all’inclusione sociale dei ciechi e degli ipovedenti, la Stella di Sant’Alessio “per aver saputo valorizzare, con il suo documentario Nessuno può volare, il mondo della disabilità e della disabilità sensoriale, attraverso l’incontro con le persone e le testimonianze storiche conservate negli archivi del Centro Regionale Sant’Alessio di Roma”.
Simonetta, figlia di un disabile e madre di George affetto da Sclerosi Multipla Primaria Progressiva, lo considera il premio più importante e significativo che le sia stato conferito.

 

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