Mi sono chiesto infinite volte, perché nella mia vita ormai sono infinite le occasioni, dove risieda il senso della speranza e dell'attesa quando ti trovi nel mezzo del dolore, e dell'orrore, della morte. E se la speranza e l'attesa, avendo lì un luogo, avessero anche parole per esprimerle che non fossero stupide banalità di circostanza, ma parole di verità; perché la speranza è verità, o non è.
L'unica risposta ragionevole me l'ha data un sacco di anni fa un teologo valdese che cercava di spiegarmi con poche e chiare parole, adatte al mio virulento scetticismo, quale fosse l'essenza dell'Evangelo, che genere di Buona Notizia comunicasse la Buona Novella. ‟Vedi, la Buona Notizia è che la cattiva notizia non è l'ultima notizia”. E io negli anni non ho trovato niente di più sensato da pensare, quando la vita si è incaricata di annunciare le peggiori notizie, e l'unica cosa che potevo vedere a occhio nudo era l'ineluttabilità del soccombervi. Se aderire a questa essenziale verità, e alla profezia che le soggiace, fa di me un cristiano, allora lo sono.
L'ultima volta che ho pensato a questo è stato ieri, dopo aver ascoltato le parole del marito della donna assassinata a Tor di Quinto. Poche parole: ‟Io sono uno uomo dello Stato. Non chiedo vendetta, chiedo giustizia e verità”.
Da quanti anni non sentivo parole del genere? Da quanto tempo non si sentono più, in nessuna circostanza? Quell'uomo non è un ministro a cui è stato appena notificata un'indagine a suo carico - e non mi ricordo di un ministro che si sia espresso in modo così austero - ma un ufficiale della Marina repubblicana straziato dalla perdita del suo amore più caro.
Ho imparato ad abituarmi ad altre parole, quelle mi sono parse come venute da un altro pianeta; meglio, da un profeta, un portatore della Buona Novella. Le sue parole sono la Buona Notizia. Ma immagino che nessuno le abbia ascoltate, nessuno abbia ritenuto che fossero pronunciabili.
Suonano assai più credibili e confacenti: se lo Stato non fa giustizia ci penserò io; ci vorrebbe la pena di morte per quell'animale; datelo a me che ci penso io. Come immagino che nessuno abbia ascoltato davvero, e abbia creduto confacenti le prediche del pastore valdese e del cappellano militare durante la cerimonia dei funerali.
‟Il male si vince con il bene, la disperazione con la speranza operosa che sa agire nel presente: rendere giustizia alla memoria di Giovanna vuol dire rendere più umana la vita di uomini e donne che vivono sotto lo stesso cielo. Possono forse far qualcosa il sindaco, il governo o lo Stato, quando la massa del popolo è lontana, distratta, sonnolenta? È in noi che dobbiamo operare, perchè Caino è anche in noi. In ogni uomo c'è il senso del bene e del male: Caino ha sbagliato ma anche noi siamo nell'errore, anche noi stiamo sbagliando”.
No, non è tempo di questo. Giustizia e verità non servono, non placano, non soddisfano, non salvano il Paese dalla sua disperante paura. Non è il tempo degli uomini dello Stato né dei cristiani compresi nella profezia della Buona Novella.
L'unica cosa che oggi ci pare ragionevole è sbarazzarci di tutto ciò che può farci del male, a prescindere dal modo, e persino dai risultati, nella certezza che il male è tutto intorno a noi, salvo che in noi. Più efficace che cacciare dal Paese i delinquenti è certamente cacciare tutti quelli che potrebbero esserlo, un giorno o l'altro. Tutti gli zingari, certamente. E io concordo. Sì, sono perché in questo Paese si rimanga noi, solo noi, italiani brava gente. Così, finalmente, dovremo fare i conti con noi stessi. E constatare, senza possibilità di inquinare le prove, quanto siamo bravi, e buoni, e belli. E quanto siamo Caini.
L'altro ieri è morto don Oreste Benzi, tutti lo hanno conosciuto. La sua ultima dichiarazione, prima di morire è stata la seguente: ‟I funzionari della polizia romena ci dicono: i lupi feroci siete voi italiani. Voi oggi sbranate più di 30.000 ragazze romene. Siete voi che mantenete i criminali romeni che le tengono schiave. Sono i vostri maschi italiani che pagano i delinquenti romeni. Noi dobbiamo chiedere perdono alla signora massacrata. Ma voi dovreste stare in ginocchio tutto l'anno”.
Se tutto il Paese non si è sollevato in un sacrosanto coro di fischi e di lazzi, è, credo, solo perché don Benzi è morto prima che si potesse organizzare la cosa.
Questo Paese, con la più alta percentuale europea di puttanieri amanti della famiglia e strenui difensori dei suoi valori.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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