Una decina d’anni fa, quando ancora si faceva scrupoli costituzionali, almeno di facciata, Silvio Berlusconi finse di voler vendere le sue reti televisive a Rupert Murdoch. ‟Per evitare le strumentalizzazioni della sinistra sul conflitto d’interessi”, spiegò. Naturalmente, non se ne fece nulla. Nel 2001, appena tornato a Palazzo Chigi, il premier giurò che a viale Mazzini non avrebbe spostato una pianta. Subito dopo con l’editto bulgaro fece chiudere le trasmissioni di Enzo Biagi e Michele Santoro. Al terzo giro, Berlusconi fa sapere, attraverso il suo ex portavoce e ora ministro della Cultura, Sandro Bondi, che intende togliere la pubblicità a una rete della concorrente Rai, per creare un canale culturale. La trovata ha una sua astuzia modaiola, come molte del presidente del Consiglio. Venisse da un altro, se ne potrebbe discutere. Ma arriva dal padrone di Mediaset e quindi è difficile non sorridere. Si comprende il travaglio del Berlusconi imprenditore. L’azienda ha dimezzato il valore in Borsa, come tutte. La pubblicità cala a vista d’occhio, come per tutti. Il Milan ha bisogno di rinforzi. A proposito, neppure l’aumento delle tasse sulla pay tv ha scoraggiato gli italiani dall’abbonarsi a Sky. Una tragedia. Al posto di Berlusconi, chissà quanti imprenditori oggi non resisterebbero alla tentazione di risolvere i problemi con un bel decreto per fregare la concorrenza. Il punto è che al posto di Berlusconi c’è Berlusconi. Gli altri quattro milioni di imprenditori italiani stanno cercando di rimanere sul mercato con altri mezzi, magari con qualche idea innovativa. Solo uno può permettersi il lusso di varare una legislazione "ad impresam", dopo quella "ad personam". Il latino è del genere maccheronico, assai caro al premier, e quindi da lui perfettamente comprensibile. Questo uomo dei miracoli, ma soprattutto miracolato, dovrebbe capire che esiste un limite anche alla tradizionale tolleranza italiana nei confronti dei furbi. Se invece davvero Berlusconi vuole dare un segnale da statista e riformare il sistema televisivo sul modello europeo, allora il percorso è diverso. Prima si liberalizza l’etere privato, dall’attuale monopolio Mediaset a due o tre soggetti, e dopo semmai si fissano tetti pubblicitari per la televisione pubblica. Un meccanismo seguito da tutti i grandi paesi europei negli ultimi vent’anni. Berlusconi lo conosce bene, perché è all’origine del suo fallimento come imprenditore televisivo in tutta Europa, Tranne, guarda caso, che nella nazione dove lui governa.
Curzio Maltese

Curzio Maltese

Curzio Maltese, 46 anni, nato a Milano, cresciuto a Sesto San Giovanni, l'ex Stalingrado d'Italia. Da ragazzo, dopo un periodo tra fabbrica e radio 'libere', scopre una decisa preferenza per il giornalismo. Cronista a ‟La Notte”, poi alla ‟Gazzetta dello Sport”, dal 1986 inviato a ‟La Stampa” e dal 1995 editorialista a ‟la Repubblica”. Ha scritto di cronaca giudiziaria, sport, pubblicità, spettacolo, politica. Poi ha capito che erano diventati una cosa sola.

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