Ciò che è accaduto nei giorni scorsi ad Haiti è inimmaginabile. Lo è nel senso letterale: non disponiamo delle risorse intellettuali per trasformarlo in immagini efficaci. Centomila morti in pochi minuti, un Paese intero ridotto in quel lasso di tempo all’età della pietra. Posti di blocco innalzati con cataste di cadaveri, centocinquantamila dispersi, pericolo imminente di tifo, colera e peste,sono informazioni che riceviamo e che non siamo in grado di utilizzare per produrne un’immagine che ci collochi efficacemente all’interno di quell’avvenimento, per poterlo, immaginandolo, comprenderlo appieno. E, avendolo compreso, parteciparlo.
Sappiamo che è successo sempre così di fronte a tragedie troppo grandi, tragedie insopportabili anche per la nostra immaginazione. I 150.000 morti della bomba di Hiroshima, i milioni di ebrei gasati nei campi di concentramento, i 2 milioni di morti dell’inondazione dell’Hunan in Cina, gli 800.000 sterminati del Ruanda, sono numeri che dicono tutto ma non riescono a farci vedere niente. Neppure ci riescono, quando sono disponibili, le immagini, fotografiche e televisive, più efficaci, i racconti più convincenti; questo lo sanno bene i sopravvissuti che, alla fine, preferisco no tacere, sopraffatti dall’inadeguatezza delle loro stesse parole a far comprendere appieno ciò che hanno vissuto. Ciò che facciamo quando una cosa non riusciamo nemmeno a immaginarcela, quando ci è impossibile ‟farcene una ragione”, è di far finta di niente. Accantoniamo, releghiamo in un posto sicuro e inoffensivo, lasciamo perdere. Facciamo che facciamo finta di niente; o, perlomeno ci proviamo. Di solito è un’operazione che riesce.
Operazione di autodifesa, naturalmente, pulsione di conservazione, ed egoismo. Certo, anche egoismo. Perché può capitarci di non essere sopraffatti tanto dall’enormità della tragedia altrui, ma piuttosto dal peso che un nostro coinvolgimento ci graverebbe sulle spalle. Non troviamo soltanto inimmaginabile ciò che è accaduto, ma anche ciò che può riguardarci in proposito. La nostra parte. Perché ci è stato insegnato, nel corso dei millenni, che non può esserci indifferente ciò che grava su una parte degli umani, ma quel peso grava su tutto il genere umano. La nostra parte ha un nome, e non è ‟elemosina”. L’elemosina, se non vogliamo dare un tono spregiativo alla parola, ne è solo a sua volta una piccola parte. Il nome per esteso è: compassione e misericordia. Avere cuore per i miseri, condividere il loro patire.
Espressioni note a tutte le culture e le religioni della Terra, con modestissime variazioni di lessico e significato; profondi moti dell’animo che dettano inequivocabili modi del comportamento. Se condividi la pena del tuo fratello umano, dividi con lui ogni cosa che tu hai. Tu gli appartieni e lui ti appartiene. Sono ansioso di constatare nei prossimi giorni, nei prossimi mesi, quanto e come questo Paese che ama proclamarsi fatto di un popolo generoso, che dà il meglio di sé nei momenti di crisi, saprà immaginare e farsi una ragione della parte che gli spetta nell’inimmaginabile tragedia di Haiti.
Se la sua percezione del genere umano, la sua propensione alla partecipazione dei suoi affanni, se misericordia e compassione hanno come ultimo orizzonte l’Abruzzo o sanno spingersi oltre, così lontano da arrivare nel Paese più disgraziato del mondo, a degli umani talmente disgraziati da essere ridotti all’età della pietra. Che è condizione, per noi di qua, lo so, inimmaginabile. Al momento, dando un’occhiata al più popolare magazzino di immagini del mondo, YouTube, noto che, almeno dagli accessi italiani, le immagini su Haiti sono visitate quanto un filmato sul salame al cioccolato, la metà di un corso per rafforzare gli addominali, un decimo dell’ultimo inserto musicale.
Tranne che per un caso: la ripresa di una telecamera che fissa il momento della scossa.Non c’è nulla da vedere, se non un paesaggio deserto che comincia a sobbalzare e sembra non debba mai fermarsi.Questo possiamo, e persino ci piace, immaginarlo: l’astratto evento, la catastrofe senza tragedia. La catastrofe è affare di mari e montagne, la tragedia è affare degli umani. I media nazionali, almeno quelli televisivi, si stanno prodigando nella non facile impresa di rendere gli avvenimenti, e soprattutto le loro conseguenze, il meno traumatici possibile per un pubblico che giudicano bisognoso di rilassarsi il più possibile. Con una coerenza diamantina, il giornale La Padania, organo, come sidice, del partito della Lega Nord, così apprezzato e popolare qui da noi, non ha ancora dedicato su Haiti una riga di notizia nella sua prima pagina.
L’idea che gli esseri umani popolino l’intero globo, e non solo il bacino del fiume Po, può risultare azzardata e persino perniciosa. Riconoscersi nel vicino di casa e persino farsi carico delle sue disgrazie è già abbastanza faticoso e non di rado intollerabile. Sì, avremo modo di vedere di quanta misericordia e compassione sa ancora nutrirci l’imperativo celato nel nostro cuore o il Dio che ci osserva dal cielo stellato.
Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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