Solo finché resti bambino puoi ostinarti nella sbadata convinzione che l’unico destino che poi sopportare sia fatto di un’estate eterna, un infinito ingozzarsi di onde di mare, angurie goccianti di zucchero ghiacciato, tiepide notti e compiti che poi un giorno o l’altro farai. Solo nel gotico labirinto della giovinezza puoi ancora perderti sulla scia del poeta che ti ha esortato a considerare come l’aprile sia il più crudele dei mesi, e andare a sbandarti per le vie di una città come se solcassi deserti campi, gravato dall’sopportabile peso dell’evidenza floreale del nascere e rinascere, nonostante ti cuocia il cuore l’evidenza che tutto sia perduto, l’ultimo amore come il penultimo, la prima speranza come la prossima a venire. E solo nell’età adulta, uomini e donne che hanno vissuto abbastanza per toccare, sentire, ascoltare, odorare la vita in modo da esserne presi nel suo mistero, avendo imparato a non naufragare nella sua grandezza, solo allora, solo gli adulti possono constatare e accogliere, con atto di casta modestia, la semplice verità di come il tempo dell’anno sia perfetto così com’è, come il tempo in sé sia inevitabilmente il tempo giusto, e la meccanica del suo trascorrere l’unico orologio buono per regolare il prosperare della vita.
Per questo ci ho messo un bel po’ di anni per capire la necessaria bellezza dell’inverno, e, per essere franchi, per arrivarci ho dovuto faticare non poco. Ho dovuto persino spingermi fino al tropico, restarci abbastanza a lungo perché un esemplare paradiso di sogni d’infanzia, mi disvelasse tutta la sua tristezza. Già, è proprio come pensava Levi-Strauss: il tropico è triste, di una tristezza senza sollievo. Perché, passato il tempo degli stupori e delle meraviglie, ti accorgi che il respiro dell’universo tropicale è un ansimare di spossatezza. La fatica di essere sempre fiorito, sempre ubertoso, costantemente gravido, fruttato. E caldo all’inverosimile di tutto quell’immenso lavoro consumato. E ogni cosa si consuma in fretta, insidiata nel suo splendore di un attimo dal fulgore della successiva, e tu ti consumi più di ogni altra cosa, incapace di sostenere il ritmo di una stagione dello sperpero senza mai fine. E cominci a capire la benedizione che viene dalle stagioni. E tra tutte quella che pensavi, partendo per il sud, la più ostica, quella da lasciarsi alle spalle. Beato sia l’inverno.
Lo spirito dell’inverno è il tiepido sonno interiore dell’anima di tutte le cose già fatte e da fare, e di ogni anima umana vivente. Lo spirito dell’inverno è né più né meno che la storiella così banale e così vera, tanto vera e banale che le maestre non la raccontano più da decenni, del chicco di grano che dorme sotto la zolla di terra nera di nutrimento e cristallina di ghiaccio. È un sonno leggero, un sogno che ricorderai al cambio della stagione. Lo spirito dell’inverno è un respiro lento e costante, un frusciare appena avvertibile di pensieri che si stanno spogliando di fronde e di fronzoli; alcuni, i più deboli, se i porta via la tramontana nera, i più forti si compongono in cristalli, come la neve, ma resteranno, anche quando il tempo nuovo li scioglierà. Lo spirito dell’inverno è capace di far lievitare dei ricordi in progetti. E i progetti, costruzioni fragili come i rametti stecchiti degli olmi, a volte gemmano. Lo spirito dell’inverno è gemmazione. Nel tiepido sonno dell’anima, piano piano si aprono insignificanti fessure, e da quelle sottili crepe si fanno largo microscopici nodi di materia che avverti appena sfiorandoli con le dita. E crescono nel tempo, prima nei giorni, poi nelle ore e nei minuti: l’albero della tua vita gemma quel che sarà di lei alla stagione ventura.
È un sentimento adulto quello dell’inverno, anche se il famoso semino nella zolla del primo libro delle antiche elementari assomiglia a un bambino. Ma è adulta la placida volontà dell’assecondarlo, l’abbandono alla inevitabilità naturale di pioggia e neve, di crepuscoli precoci e tarde schiarite. Come lo è l’arte dell’attardarsi, del declinare l’invito a passare oltre, a non smettere questo e quello, a non smettere mai. È adulta l’acquiescenza alla necessità che la musica sia fatta di suoni e pause tra i suoni, di modo che si faccia melodia e danza. È adulto il musicista che sa cantare l’inverno, il ballerino che sa andare al suo tempo. E poi verrà primavera, e sarà quel che di vivo abbiamo sognato quest’inverno.

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Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, La Spezia, 1951) con Feltrinelli ha pubblicato: Vi ho già tutti sognato una volta (1990), Felice alla guerra (1992), màuri màuri (1989, e poi 1996), Il coraggio del pettirosso (1995; premi Viareggio Rèpaci e Campiello 1995), La regina disadorna (1998; premi Alassio e Stresa per la Narrativa 1999), È stata una vertigine (2002; premio letterario Scrivere per amore 2003), Il viaggiatore notturno (2005; premi Ernest Hemingway, Parco della Maiella e Strega), Mi sono perso a Genova. Una guida (2007), il cd con libro Storia della meraviglia. 12 canzoni e 3 monologhi (con Gian Piero Alloisio; 2008), Meccanica celeste (2010), I figli della Repubblica. Un’invettiva (2014), Il Romanzo della Nazione (2015; Premio Elsa Morante 2015; Premio Anthia 2016), La zecca e la rosa (2016), L’amore (2018) e, nella collana digitale Zoom, Zafferano (2011).

 

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